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Caro Marco, la domenica volgeva ormai alla fine, restava il tempo per un'ultima passeggiata sul lungomare di Lerici. Il sole cominciava a nascondersi dietro le colline. Era stato un fine settimana soleggiato, con i primi tepori della primavera ormai alle porte. Durante la giornata avevo pensato alla vostra trasferta romana in occasione della maratona: a Roma i giorni di sole hanno una luminosità speciale, chissà com'era andata... Eravamo saliti in macchina, Lucia al volante, per tornare a Parma, quando il mio cellulare aveva cominciato a squillare; sul display era comparso il nome di Dante. Rispondendo, avevo iniziato a fare lo stupido, come spesso succedeva tra noi, ma Dante, con la voce rotta dal pianto, mi aveva subito fermato e riferito quello che era successo quella domenica a Roma. Ricordo l'effetto paralizzante che la notizia ha prodotto in me, come fossi stato investito da una corrente d'aria gelida. L'angoscia era tanta che non riuscivo a contenerla, mentre Lucia guidava mi sono attaccato al cellulare per chiamare tutti quelli che ti potevano conoscere. Nelle settimane che sono seguite, ho sentito fare le ipotesi più disparate su quello che poteva esserti successo, alcune erano autentici strafalcioni medici. Io dico che, per quanto è dato sapere, al posto tuo poteva esserci chiunque di noi, che con te condividevano la fatica e la gioia del correre. |